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serate assieme 2 20140530 1621930158Scontro e incontro di civiltà

La caccia al musulmano cattivo ha riempito le pagine dei quotidiani svizzeri negli ultimi giorni. A quanto pare, l’incubo dello scontro di civiltà persiste sulla scena geopolitica, ma anche nella nostra nazione e nello stesso Canton Ticino. In tutto L’Occidente verifichiamo la recrudescenza di atteggiamenti razzisti, antisemiti e islamofobi che, come credenti e come cittadini di una nazione che nei secoli passati ha fatto del pluralismo e della tolleranza la sua identità, destano una grave inquietudine. Occorre riconoscere che le democrazie occidentali, di fatto, non hanno mai affrontato a sufficienza e con serietà il problema della non corrispondenza degli stereotipi esistenti nella mente delle persone con la realtà, come è dimostrato dalle reazioni negative e a volte violente, anche se solo verbalmente, nei confronti dei musulmani che vivono nella nostra nazione e nel nostro cantone, ma che, più in generale ad esempio, riguarda anche l’omofobia e la misogenia.

La libertà non è il privilegio di qualcuno, ma il diritto di tutti. Se non è per tutti non è vera libertà. Concepisco la libertà religiosa e di opinione come una grande questione che riguarda tutti: gli evangelici come i buddhisti, gli ortodossi come gli ebrei, i musulmani come i bah’ai, gli atei come gli agnostici. La libertà, però, e qui mi rivolgo anche agli amici musulmani, non è solo un diritto giuridico, ma un dovere da vivere e difendere anche all’interno della propria comunità e di rispetto non da pretendere ma da condividere nella società in cui si vive. La questione della libertà, e della libertà religiosa e di opinione in particolare, non è il problema delle minoranze ma un tema centrale della democrazia e della laicità. La democrazia, strumento utile per dare voce a tutte le realtà, deve permettere a tutte le componenti della nostra società di superare i pregiudizi che sono all’origine di tutti i discorsi razzisti. Oggi, la convivenza - massima ambizione di qualsiasi sistema che predichi la pluralità - è lacerata da processi sommari su “gli altri”, le minoranze di gruppi etnici, sociali o religiosi.

 Certamente l’immigrazione è alla base di tutta una nuova realtà da conoscere, da approfondire e da affrontare con urgenza. Partiti, movimenti d’opinione e singoli concittadini insistono, con o senza ragione, nel vedere in alcuni dei suoi aspetti un problema per il futuro della Svizzera. Problema che diventa ancora più grave quando si tratta degli immigrati provenienti da paesi di religione e costumi completamente differenti da quelli della tradizione occidentale e Svizzera in particolare. Bisogna riconoscere che l’islam in Svizzera, come in altri paesi occidentali, non ha un’immagine particolarmente positiva, anzi è piuttosto il contrario. Un passato colmo di episodi di guerra con l’Europa “cristiana” e un presente pieno di notizie, che descrivono una realtà di inconcepibile e inaccettabile violenza, non aiutano al riavvicinamento serio e obiettivo alla religione islamica. Per di più, molti europei vivono la relazione con l’islam, e con i musulmani, come la ripresa d’una contrapposizione antica e, per così dire, connaturata a una realtà geostorica e geostrutturale profonda.

I musulmani fanno parte ormai da molti anni della realtà svizzera e, prima ancora, di quella europea. Continuare a consolidare l’idea che la violenza riassuma la realtà dell’islam e dei musulmani è pericoloso e falso, nella misura in cui crea un timore spropositato, incrementando così le angosce e le paure che sono da sempre alla base di tutti i discorsi xenofobi. È un dato ormai ineludibile che l’islam sia una realtà costitutiva della nostra società multireligiosa e interculturale. Questo dato può essere una ricchezza per la crescita e l’apertura a nuove sintesi per gli uni e per gli altri, ma solo se sapremo costruire legami solidi di coesione sociale, dimostrando la vitalità e la solidità della nostra democrazia e della nostra tradizione secolare, in cui etnie, culture e religioni diverse hanno saputo lasciarci in eredità questa bella nazione. Sia gli “indigeni” sia gli “allogeni” abbiamo il dovere di mantenere questa ricchezza in un confronto dialettico e arricchente.

Il fallimento di alcuni modelli europei di convivenza interculturale è di fronte a noi. Dobbiamo cercare strade nuove. Da tutto l’Occidente, Svizzera compresa, tristemente arrivano messaggi sempre più segnati dal pregiudizio, dall’islamofobia e dalla volontà di escludere chi è diverso per nazionalità, opinione o religione, da fondamentali diritti di cittadinanza o di libertà. La speranza è riposta nella fiducia che la Svizzera saprà tracciare una strada in direzione opposta; ma l’accanimento mediatico fomentato da una certa destra, a mio avviso irresponsabile, certamente non aiuta.

I mass media spesso sono additati dai musulmani come responsabili del consolidamento di questa immagine negativa in cui s’insiste soprattutto sull’incompatibilità esistente tra islam, democrazia e modernità, lanciando il sospetto dell’incapacità delle musulmane e dei musulmani di essere dei veri svizzeri (dimenticando che vi sono musulmane e musulmani svizzeri per nascita e per tradizione). È indubbio che i mass media devono seguire il loro intento d’informare. I singoli giornalisti e le redazioni non devono avere il bavaglio di nessuno, ma da essi ci si aspetta competenza, buon senso e correttezza. Dovere di chiunque è informare correttamente e interagire con chi pubblica notizie false, inesatte o faziose con altrettanta competenza, buon senso e correttezza. Non si tocca la libertà di stampa minacciando ricorsi al tribunale! Sta al lettore informarsi bene e da più fonti. Non esiste la notizia super partes, equidistante e obiettiva. Il cammino della verità, che si barcamena tra obiettivi ideologici e realtà, tra interessi di parte e pregiudizi, non è sempre lineare e chiaro. La verità si relativizza nel mondo dei media, a volte totalmente schiava di un modo di spiegare i fatti che si limita a consolidare i pregiudizi e a non intaccare quell’immagine stereotipata che si tende a creare o a rafforzare nei confronti di chi si stigmatizza come “diverso”. Non possiamo negare che i mass media possano anche essere strumenti che difendono interessi ben precisi e presentino la realtà sulla misura di quegli stessi interessi. Il nostro secolo, però, ha sicuramente nei mass media lo strumento più importante per influire sulle idee della gente e allo stesso tempo per informarla e offrire delle opinioni che comunque necessitano sempre di un riscontro e di un confronto dialettico. La capacità di offrire delle notizie che provengono da tutto il mondo in tempo reale dà la possibilità, mai esistita prima d’ora, di conoscere le realtà dei vari popoli e paesi. Così si ha la possibilità, per chi lo voglia e per lo meno sul piano teorico, di difendersi dalle falsità e di contrastare il vero male della storia umana: l’ignoranza!

Se è bene vigilare sulla sicurezza dei cittadini resistendo al radicalismo e combattendolo, è incivile e indegno della nostra democrazia fare di tutti i musulmani un fascio e soprattutto ritenere pregiudizievolmente i musulmani come portatori di violenza, misoginia e quant’altro. Se e quando si riscontrano problemi nella convivenza e nella denigrazione della cultura svizzera da parte di minoranze (o di maggioranze) occorre allora affrontare con competenza ed equilibrio tali problematiche. Da una parte e dall’altra, pretendere di cambiare «l’altro» è incivile e irrispettoso!

Sul tema della presenza religiosa nella sfera pubblica, è perdente per il futuro della nostra società relegare le religioni in “isole chiuse”, anziché viverle come “compresenze aperte e arricchenti”. Un vero pluralismo richiederebbe che le istanze e le necessità di uomini e donne che vivono intensamente la loro fede non esauriscano i doveri di pluralismo, anche religioso, dei mass media e delle istituzioni. Piaccia o no, oggi le religioni sono tornate «per strada» ed esprimono idee, proposte, esempi che contribuiscono al dibattito pubblico, esattamente come una fondazione culturale, un partito o un ordine professionale. Su temi come l’ambiente, la bioetica, le risorse, gli stili di vita, i modelli educativi, le comunità di fede hanno qualcosa da dire – giusto o sbagliato che ci appaia, poco importa – in quello spazio pubblico che deve caratterizzare ogni società democratica e pluralista. Non hanno l’ultima parola – come qualcuno pretenderebbe – ma hanno diritto di parola: con altri e come altri.

Vi sono valori irrinunciabili per la cultura svizzera, ereditati da conflitti armati e da dibattiti accesi succedutesi nella nostra storia secolare: una storia che non si chiude alla nuova società, ma continua in essa per i “vecchi” e i “nuovi” svizzeri. Grande è la responsabilità della nostra generazione per la consegna alle generazioni future di una società pacificata e civile. Occorre avviare un percorso di riconoscimento di una comunità di grande rilevanza numerica sociale, come quella musulmana, alleata necessaria di ogni strategia di contrasto a qualsiasi fondamentalismo e al radicalismo islamico. Per questo è quanto mai urgente che le istituzioni, i media e i cittadini tutti, ci avviamo verso una controtendenza, rispetto alle paure e ai pregiudizi islamofobici che si stanno diffondendo in Europa.

Pastore Prof. Giuseppe La Torre

Presidente del Forum Svizzero per il dialogo interreligioso e interculturale

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