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L’uomo d’oggi tra stress e spiritualità

(relazione al dibattito del 6 giugno di padre Adalberto, monaco di Dumenza)

Che cos’è la vita spirituale? È qualcosa che riguarda solo la dimensione interiore della nostra esistenza, il luogo nascosto in noi, il luogo della verità, oppure investe la complessità della nostra vita, nelle esperienze più quotidiane e concrete? E in che rapporto stanno vita, interiorità e Spirito? E quali sono i cammini, i luoghi, le forme della vita spirituale? Ecco alcune delle tante domande che possono sorgere nel momento in cui ci si imbatte o ci si inoltra in questo vasto orizzonte che è la vita spirituale. E sappiamo bene che anche questo termine è molto ampio e può essere usato con tante accezioni, sino a giungere ad una sua rarefazione. E forse questo pericolo è un po’ inevitabile, perché questa dimensione della vita riguarda ogni uomo nel momento in cui si pone alcune domande fondamentali del suo essere e della sua esistenza e nel momento in cui scende in profondità, va oltre ciò che cade sotto i sensi.

 

Noi non ci azzardiamo a rispondere a questi interrogativi a partire da questo orizzonte molto vasto, quasi infinito. Ci accontentiamo di fare un cammino molto più limitato e concreto, a partire dalla propria esperienza e soprattutto da quella di chi, prima di noi, si è posto questi interrogativi. I monaci che si ritiravano nella solitudine del deserto per intraprendere un cammino di salvezza, avevano l’umiltà di domandare nella loro preghiera, la luce dello Spirito per comprendere quali passi compiere, quali luoghi raggiungere, quali ritmi mantenere per vivere incessantemente sotto lo sguardo di Dio. Proprio questi interrogativi segnano l’inizio del percorso che conduce al luogo nascosto del cuore, al luogo ove pulsa la vita secondo lo Spirito. Ma per raggiungere questo luogo interiore, questa «fonte» che zampilla per la vita, questa «cella del tesoro che è dentro di noi» (Isacco di Ninive), è necessario scavare in profondità, purificare il proprio cuore da tutto ciò che è morte, far scorrere quel sangue che è principio di fecondità e di vita. Solo così la vita si apre allo Spirito: «Da’ il sangue e ricevi lo Spirito» ci ricorda l’abba Longino. È dunque un cammino lungo e faticoso, non senza rischi, ma l’unico possibile per raggiungere e dimorare nel luogo della vita secondo lo Spirito. Si può ricordare qui il detto di Esichio il presbitero: «Colui che ha rinunciato alle cose materiali… ha fatto monaco l’uomo esteriore ma non ancora l’uomo interiore; chi invece ha rinunciato ai pensieri passionali di questo – cioè dell’intelletto – è questo il vero monaco. Facilmente uno fa monaco l’uomo esteriore, se vuole, ma non è piccola lotta fare monaco l’uomo interiore»[1]. Lottare per fare monaco l’uomo interiore, cioè far maturare e unificare nello Spirito l’uomo vero che abita in noi, è appunto il cammino vissuto dai monaci antichi e valido ancora per noi. È il cammino sotto la guida dello Spirito, è la vita spirituale che investe la totalità della nostra esistenza: in questo viaggio, giorno dopo giorno, passando attraverso quelle tappe e quei luoghi che lo stesso Spirito ci indica, tappe e luoghi a volte dolorosi e umilianti, prendono dimora in la vera gioia e la vera pace, i frutti maturi dello Spirito.

Se il luogo in cui pulsa la vita spirituale è il luogo della interiorità, bisogna però stare attenti a non ridurre la vita secondo lo Spirito a qualcosa di disincarnato, invisibile, rarefatto. La vita secondo lo Spirito passa sempre attraverso forme concrete che plasmano in tanti modi tutte le dimensioni della nostra esperienza. E attraverso di queste tutta la vita diventa luogo dello Spirito. In questo senso la vita spirituale è un arte di vita. Così nota p. Standaert introducendo il suo libro Spiritualità arte di vivere: un alfabeto: “La spiritualità fiorisce come arte di vita, come saggezza di vita. Spiritualità è, almeno per me, arte di vivere. Più da vicino: spiritualità è praticare una arte di vita applicandosi nelle forme concrete che strada facendo operano trasformando. Pertanto la spiritualità mira alla trasformazione. E attraverso di essa ci ritroviamo in un processo. L’elenco delle forme è, in ultima istanza, indefinito; la direzione, però è la stessa: il processo di trasformazione conduce alla libertà, alla bellezza – alla ‘libertà e alla gloria dei figli di Dio’, come una volta, in maniera indimenticabile, si è espresso l’apostolo Paolo” (B. STANDAERT, Spiritualità arte di vivere: un alfabeto, pp.10-11).

Vorrei illustrare queste due dimensioni della vita spirituale secondo l’esperienza cristiana proprio alla luce di due detti dei padri del deserto.

«Gli anziani dicevano: “L’anima è una fonte. Se la scavi, si purifica; se vi getti della terra, scompare”». (Collezione anonima/Nau 100)[2]

In questo brevissimo detto ci viene offerta una stupenda immagine della vita spirituale. È l’immagine della fonte che sgorga nelle profondità del nostro essere e che permette alla nostra esistenza di essere continuamente fecondata e rigenerata. L’immagine della fonte nascosta che all’improvviso appare e offre la sua acqua richiama la misteriosa fedeltà dello Spirito che senza sosta zampilla nel nostro cuore. «Lo Spirito assomiglia ad una fonte – scriveva il card. G. Danneels in una sua lettera pastorale – nulla è così misterioso, così fedele come una sorgente. È raro sapere da dove provenga. Appare all’improvviso, sgorga tra due pietre…Ma è bello sedersi presso di essa. E ascoltarla…La pazienza e la fedeltà della fonte sono instancabili. Potete tranquillamente andare a dormire; essa vigila e, al mattino, è al suo posto, fresca e pronta. La fonte è come lo Spirito: misterioso, paziente e fedele…»[3].

È vero: la fonte è un dono che ci viene continuamente rinnovato. Non dipende da noi e quante volte, all’improvviso, sentiamo la sua freschezza in noi e ci stupiamo. Ma c’è qualcosa che dipende da noi. E il detto ci mette in guardia da un pericolo: possiamo far scomparire questa sorgente di acqua viva. E come? «Se vi getti della terra, scompare». C’è dunque qualcosa che impedisce all’acqua sorgiva di raggiungere la superficie: la spessore e la pesantezza di un terreno pietroso e arido. L’immagine biblica del cuore di pietra oltre alla durezza e alla insensibilità, può richiamare anche questo rischio che è sempre presente in noi: invece di trasformarsi in un terreno irrigato dalla fonte, il nostro cuore è come un grande masso che soffoca lo zampillare della sorgente. Al termine di una giornata, ciascuno potrebbe orientare il proprio esame di coscienza su questa domanda: quale terra, quali pietre ho gettato sulla fonte che è in me? Perché le mie parole, i miei gesti, il mio sguardo, il mio cuore non hanno ricevuto la freschezza dello Spirito?

«Se la scavi, si purifica». Ecco ciò che dipende da noi. Non solo lasciare sempre libero il nostro cuore perché l’acqua dello Spirito possa zampillare senza sosta, ma andare sempre più in profondità, scavare nella direzione dello Spirito. Scavare con la Parola, scavare con la preghiera, scavare con il silenzio, scavare con l’umiltà, scavare nella lotta e nella pazienza. E a volte, lasciare che gli altri scavino in noi. Allora il nostro cuore, le nostre parole, i nostri gesti, il nostro sguardo si purificheranno perché avranno la limpidità e la freschezza dell’acqua sorgiva, avranno la fedeltà e la pazienza dello Spirito. Saranno profondi come è profonda la fonte che è nascosta nel nostro cuore.

«Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: “O Signore! Io voglio salvarmi, ma i miei pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?”. Ora, sporgendosi un po’, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto ad intrecciare corde, e poi ancora si alza e prega. Era una angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: “Fa’ così e sarai salvo”. All’ udire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio; così fece e si salvò». (Antonio 1)[4]

Antonio, nella solitudine, fa l’esperienza di un profondo sconforto, una tristezza che avvolge il cuore e lo rende tenebroso. Non riesce a trovare una luce nella fitta tenebra di pensieri che rendono il suo cuore ripiegato su se stesso. Senza la luce dello Spirito, la nostra vita è ripiegata su se stessa, senza gioia, continuamente sul baratro del non senso (quella tristezza non è altro che l’accidia, quel vuoto esistenziale che tanti uomini e donne sperimentano oggi). Finché si rimane prigionieri del proprio mondo interiore, così ambiguo e confuso, non si riesce ad intraprendere nessun cammino di salvezza («i miei pensieri me lo impediscono»).

«O Signore - grida Antonio – io voglio salvarmi…che posso fare?». La vita spirituale inizia sempre con un grido di aiuto, chiedendo al Signore quella “cosa buona” (cfr. Lc 11,13) che può condurci alla salvezza, quella presenza misteriosa che ci guida per mano al luogo della gioia e della pace. E il primo passo che Antonio è invitato a fare è uscire da sé stesso, guardare fuori da sé, guardare al di là della «fitta tenebra di pensieri». E cosa vede? «Un altro come lui». Non vede presenze estranee. Rivede sé stesso, ma in modo diverso. Come in uno specchio, vede il suo volto, ma non annebbiato dalla tristezza; scopre il suo volto così come lo vede Dio. Ed è il volto dell’uomo che vive nelle gioia dello Spirito, il volto dell’uomo spirituale («era un angelo mandato per correggere Antonio»).

E cosa fa questo «altro come lui» di tanto diverso per essere proposto come cammino di salvezza? Semplicemente vive in pienezza ciò che sta facendo, non ripiegato su se stesso, ma alla presenza di Dio. Intrecciare corde e pregare sono due azioni essenziali che ritmano la giornata del monaco del deserto, sono il simbolo della concretezza della vita fecondata dallo Spirito che prega in noi, che trasforma ogni nostro gesto in eu-carestia, che ci rende sempre attenti allo sguardo del Signore. La vita spirituale non è altro, così ci dice questo detto, che la vita giorno dopo giorno sotto la guida dello Spirito, quello Spirito che penetra anche nelle pieghe più quotidiane e più nascoste della nostra esistenza. E in fondo l’uomo o la donna spirituali sono proprio coloro che sanno lasciar trasparire dalla loro umanità, da ciò che fanno, dai gesti, dalle scelte quotidiane la bellezza di una vita trasformata dallo Spirito. Lo Spirito non ci sottrae dal mondo e dalle sue contraddizioni, dalle sue inquietudini, non ci fa fuggire dalla nostra umanità. Ma ci libera dalla paura del mondo e ci da la certezza che la nostra vera vita è altrove: non contro il mondo, ma al di là di questo mondo. «Dio ti ha posto nel mondo: – scriveva D. Bonhoeffer in un momento della storia in cui ci si illudeva di poter assoggettare il mondo ad un unico potere – è in esso, al cuore stesso della caducità, che tu devi fare la volontà di Dio. Rallegrati di ciò di cui puoi rallegrarti, ma non attaccare il tuo cuore al mondo; il tuo cuore appartiene all’eternità, appartiene a Dio. Se il mondo reclama il tuo cuore, allora dichiara guerra al mondo; ma se reclama la tua forza, il tuo aiuto, la tua vita, daglieli, per quanto è in te: così da uomo di morte diventerai un uomo di eternità»[5]. Lo Spirito, quando dimora in noi, consegna il nostro cuore all’eternità. E quando il nostro cuore è custodito in questo luogo, cioè è custodito da Dio, allora in esso c’è la pace. Ancora Bonhoeffer scriveva: «”La pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza, custodisca i nostri cuori e i nostri pensieri in Cristo Gesù”…. Che Dio faccia di voi degli uomini della sua incomparabile pace, uomini che riposano in lui, pur nel trambusto delle cose del mondo; che questa pace purifichi e rischiari le vostre anime e che qualcosa della purezza e della luminosità della pace che Dio pone nei nostri cuori irradi in altre anime ancora senza pace; che voi diventiate l’uno all’altro…. portatori di questa pace che viene da Dio!»[6]

Ecco perché Antonio di fronte a questa rivelazione «fu preso da grande gioia e coraggio».‘E il coraggio di intraprendere ogni giorno questo cammino con lo Spirito; è la gioia che nasce dallo Spirito e vince ogni tristezza. Questa è la fatica e l’avventura della vita spirituale.

 


[1] Esichio il presbitero, A Teodulo 70: Nicodimo Aghiorita e Macario di Corinto, La Filocalia, I, cur. B. Artioli – F. Lovato, Torino (Gribaudi) 1982, p.244.

[2] Detti editi e inediti dei padri del deserto, cur. S. Chialà – L. Cremaschi, Bose/Magnano (Qiqajon) 2002, p. 75.

[3] G. Danneels, Le Consolateur. A propos de l’Esprit Saint, Bruxelles 1997, pp.6-7.

[4] Vita e detti dei padri del deserto, I, p. 83-84.

[5] D. Bonhoeffer, Memoria e fedeltà, Qiqajon, Bose/Magnano 1995, p.224.

[6] Ibid., pp. 148-149.

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0 #1 profile 2018-10-31 12:57
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