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Il principio disponibilità: la mia Verità religiosa e quella dell’Altro

di Loïc Indro D’Orlando

Alcune considerazioni introduttive

Porsi la domanda della propria Verità religiosa in relazione a quella dell’Altro è una problematica di confine tra le religioni.

Per il credente, la propria religione è, prima di tutto, un’esperienza di fede e, quindi, un’esperienza esistenziale vissuta interiormente ed esteriormente. Se è effettivamente così, ovvero, se, dunque, è legittimo parlare della religiosità, anzitutto, come esperienza e, quindi, come pratica spirituale, è anche vero che, nonostante questa primaria e fondamentale dimensione esperienziale, i rapporti, il dialogo tra le religioni sono - molto spesso - di tipo “intellettuale”.

Quest’osservazione non dovrebbe stupire perché sono soprattutto i contenuti sapienziali ad essere esposti, quando il credente si trova a dire la propria fede, a spiegare la propria esperienza, a far comprendere i motivi che orientano la sua religiosità.

 

Questo dire è, infatti, possibile se il credente si riferisce all’insieme delle Verità che costituiscono il nucleo irriducibile della sua religione.

Tutte le religioni hanno un nucleo ovvero un contenuto di Verità che non può essere relativizzato, ridimensionato, ridotto: le religioni si caratterizzano per il fatto di avere una Tradizione cioè un sistema di Verità ritenuto sacro, intoccabile. Per cui, tutte le religioni possiedono un certo contenuto di Verità che sancisce ciò che è vero e ciò che non lo è.

Questi contenuti di Verità, anche se bellissimi nella loro originaria sacralità, furono spesso, purtroppo, i moventi di numerosi conflitti tra gli uomini. Infatti, la storia spirituale dell’Umanità è segnata dall’infelice conio dell’esclusivismo ideologico, ovvero dal dominio di una verità a scapito di un’altra.

 

Ovviamente queste considerazioni potrebbero risultare troppo semplici e molto generiche perché i contenuti sono complessi, molto articolati, a volte molto simili, a volte molto distanti, alcuni sono chiaramente fondanti, altri, invece, molto meno; inoltre, ogni conflitto dogmatico deve essere analizzato in dettaglio per essere pienamente capito. Ma ciò che è necessario cogliere qui è il seguente fatto: ogni conflitto è generato dall’incompatibilità apparente tra due verità, dalla loro umana interpretazione perché si parla, qui, di conflitti umani.

Quando, nel dialogo tra diversi credenti, si “tocca” il fondamento di Verità dei contenuti sapienziali di una religione, si alzano subito gli “scudi” protettivi della Tradizione, sguainando contemporaneamente le lame affilate della Dottrina. Questo perché il sacro fondamento è La Verità di ogni religione e, quindi, intoccabile; e poiché tutti i credenti vivono la loro religione come fonte di Verità, ogni religione è un fondamento di Verità. Qui sta, dunque, la difficoltà quando i credenti si confrontano in merito a tematiche fondamentali.

Il termine “fondamentalismo” è originariamente cristiano in quanto fu usato nella seconda metà del XIX sec per denominare il movimento di alcuni cristiani conservatori dedicatosi alla valutazione della moderna esegesi dei “loro” testi sacri: essi rifiutarono la scienza filologica contrapponendo ad essa il fondamento del loro credo. In seguito, il termine venne utilizzato per definire altre tendenze e altri movimenti contraddistinti da una spiccata volontà di autoaffermazione e di rifiuto della modernità, nonché del dialogo con l’alterità.

Il fondamentalismo non è, dunque, imputabile al contenuto di una religione, non è un aspetto peculiare della religiosità; si tratta di un certo tipo di atteggiamento: una radicale difesa della propria identità a scapito delle altre, motivata dalla propria interpretazione della Verità di fede; è un modo di essere al mondo fondato su una logica esclusivista che genera il rifiuto di qualsiasi riflessione sul proprio sistema di Verità e che non esita ad aggredire ed eliminare tutto ciò che non rientra nel proprio orizzonte di senso. In un certo senso, il fondamentalismo opera una riduzione dell’universale al particolare: perché è sempre l’individuo ad interpretare la Verità della propria fede e mai il contrario. Infatti: non basta dirsi cristiano e vivere a modo proprio i contenuti della fede cristiana, per essere l’autentica incarnazione del cristiano; di fatto, da secoli, i cristiani non sono tutti uguali anche se tutti quanti seguaci del Cristianesimo. In altre parole, una religione è sempre incarnata da uomini, esseri particolari cioè finiti, situati storicamente, socialmente, culturalmente in senso lato. Ma tale fatto oggettivo non nega assolutamente un altro fatto oggettivo: i contenuti di Verità esistono e non appartengono a nessuno. Il fondamentalista ignora questi fatti.

In un’ottica ermeneutica, una religione non è contenibile da un singolo individuo e nemmeno da un vasto gruppo di uomini. I contenuti di una religione, il sistema di Verità, è sempre interpretato e messo in pratica, cioè è sempre inevitabilmente umanizzato e, pertanto, necessariamente ridotto alle condizioni di possibilità dei credenti. Ciò significa che la Verità religiosa intesa come manifestazione sacra e rivelazione divina è sempre da situare oltre il singolo, il particolare, oltre l’umana finitezza. Per cui nessun credente possiede realmente la propria Verità di fede; perciò non ne dispone e non può farne ciò che vuole.

Non vi sono motivi scientifici o filosofici per relativizzare o ridurre il valore delle Verità di fede anche se esse sono sempre portate nel mondo attraverso la mediazione umana. Sono Verità meta-umane, meta-razionali che non possono essere ricondotte a logiche profane; in altri termini, le Verità di fede, pur essendo espresse in un linguaggio umano e, quindi, con un mezzo simbolico finito, ci parlano del “totalmente altro” ovvero del Sacro: ciò che la sola ragione non può afferrare nella sua totalità, ma comunque è stato sperimentato in tutte le culture del mondo umano; il Sacro è una dimensione spirituale (in senso lato) che nessun essere umano può legittimamente possedere esclusivamente e comprendere totalmente e, quindi, confutare, negare o eliminare.

Non si vuole qui negare la possibilità che l’essere umano abbia di poter accedere al divino. Le religioni ci dicono che l’Uomo è destinato a relazionarsi con il divino; anzi, tale relazione è l’essenza stessa della religiosità. Tuttavia, non tutti sono capaci di raggiungere il divino fino al punto di ri-congiungersi con esso. Alcune correnti religiose lo ritengono, addirittura, impossibile.

I mistici di tutte le culture rappresentano un fenomeno di straordinaria relazione con il divino e ci parlano di questa possibilità che l’Uomo ha di vivere la dimensione universale della religiosità: quella sacra dimensione dove scompaiono le limitazioni della persona, quei limiti umani che generano tutti i problemi.

Al termine di queste prime considerazioni introduttive è necessario ritornare sul tema esplicitato nelle prime righe di questo scritto: quando i credenti devono o vogliono dialogare in merito alle loro Verità di fede, vi sono quasi sempre problemi, incomprensioni, rigidità, chiusure, oppure considerazioni elusive per evitare lo scontro dottrinale. Ma sappiamo che praticare una strategia eccessivamente diplomatica, evitando di confrontarsi con i problemi generati dall’esclusivismo dottrinale, è un atteggiamento, certo, pacifico che non ferisce e scomoda nessuno, ma i problemi non li cancella, anzi, essi continuano ad esistere comunque, potenziandosi, diventando vere e proprie “mine vaganti” di fondamentalismo.

Dunque, che fare? Si può lavorare in modo da sviluppare un atteggiamento costruttivo cioè dialogico? Le verità sono un ostacolo?

Nelle pagine che seguono, sviluppo un tema che definisco il principio disponibilità: un principio etico che potrebbe essere di riferimento per svolgere un certo tipo di lavoro riguardo alla spinosa questione qui trattata.

  1. Il punto etico
  2. La disponibilità

 

Ritengo che non sia tanto un sapere ad essere determinante per relazionarsi con l’Altro e la “sua” Verità, quanto, invece, un atteggiamento, un certo modo di essere con gli altri.

In queste pagine tratterò la disponibilità come atteggiamento ermeneutico cioè come un modo di essere al mondo in grado di creare uno spazio per l’Altro, non uno spazio vuoto, bensì uno spazio dove situarsi consapevolmente con un progetto specifico: incontrare l’Altro con la volontà di comprenderlo.

Uso l’aggettivo ermeneutico perché intendo tale atteggiamento nel seguente modo: un rapporto circolare dove la comprensione dell’Altro, passa, consapevolmente, attraverso la comprensione che ho di me stesso e vice versa.

Senza quello sforzo ermeneutico non vi può essere relazione perché senza la volontà di sapere chi incontra chi, non c’è veramente un incontro.

Inoltre, ermeneutico perché ogni conoscere è sempre e comunque un interpretare. A maggior ragione per quanto riguarda l’esperienza di fede e della Verità religiosa: non è possibile conoscerla a fondo se non faccio, se non vivo tale esperienza. E spesso non è possibile. L’unica possibilità è, dunque, l’interpretazione, ma essa è sempre limitata dai presupposti e dalle condizioni di possibilità dell’individuo che interpreta. Pertanto, l’unica via per la relazione è lo sforzo di comprensione, che dipenderà dalla conquista di un punto etico situato al centro del cerchio ermeneutico della relazione di cui ho parlato sopra.

Questo punto etico è presente in tutte le grandi religioni: è un punto di convergenza importantissimo che conviene ricordare:

non fare al prossimo ciò che non è giusto né per lui né per te.

Tale “principio”, se rispettato, non implica soltanto una pacifica tolleranza, ma conduce a considerare l’Altro alla pari: vi è in esso una vera e propria logica della reciprocità. Per cui, applicando questo “principio” nella relazione con l’Altro, nessun credente dovrebbe, per esempio, sminuire la Verità di fede di un altro perché nessun credente accetterebbe che la propria Verità di fede venga sminuita.

Raggiungere questo punto etico è decisivo per attuare un atteggiamento ermeneutico e, quindi, del tutto fondamentale per generare attorno a sé il cerchio virtuoso che crea lo spazio necessario per accogliere e comprendere l’Altro.

In poche parole è il punto irriducibile dal quale possono partire tutte le dinamiche che mirano ad incontrare e comprendere l’Altro.

Cosa significa incontrare e comprendere l’Altro? A mio parere, non è possibile dare una risposta univoca, perché si tratta in realtà di un’esperienza che tutt’al più può essere descritta e spiegata oggettivando attitudini, sentimenti e pensieri personali. Ma alcune considerazioni fenomenologiche dovrebbero condurci al principio decisivo della disponibilità poiché senza di essa, alla luce della mia esperienza e delle mie riflessioni, non è possibile l’incontro e ancor meno la comprensione dell’Altro.

L’incontro è l’opposto dello scontro. Ciò significa che quando non mi oppongo all’Altro comincio a creare le condizioni dell’incontro. Ovviamente un incontro può degenerare e diventare uno scontro. Ma questo avviene quando una delle parti o entrambe le parti riducono lo spazio ermeneutico fino al punto minimo che, inevitabilmente, non basta più per evitare che gli spazi individuali cozzino tra di loro. Senza sviluppare oltre, possiamo già intuire che l’incontro presuppone un minimo di spazio interpersonale per farsi e, quindi, visto che l’incontro non si fa senza l’Altro, l’incontro può attuarsi se c’è anche spazio per l’Altro. Il per è importante: significa che si lascia all’Altro uno spazio suo dove egli può manifestarsi. Come definire una tale rappresentazione se non con la parola disponibilità? Ovviamente l’incontro non è solo questo.

Affinché l’incontro abbia un senso è necessario riconoscere che se si crea uno spazio dove trovare l’Altro è perché c’è l’intenzione di mettersi in relazione con lui. Pertanto, è importante capire che cosa rende effettiva la relazione.

La relazione si fa e per farsi, come minimo, è necessario essere in due e volerlo: è un movimento verso l’Altro che viene corrisposto, ma non necessariamente nello stesso modo. Senza volerla veramente, la relazione non esiste perché la relazione coatta non è una relazione. Si presuppone qui che ogni relazione sia il risultato di una volontà libera anche se resa necessaria da fattori esterni. Perché qui sta il punto: l’interesse per l’Altro è una condizione fondamentale. Senza di esso, la relazione non assume un senso positivo, in quanto usare l’Altro non è, di certo, trattarlo applicando il sacro principio della reciprocità: ciò significherebbe perdere di vista il punto etico e rompereil virtuoso circolo ermeneutico di cui ho parlato sopra.

Quel movimento verso l’Altro è inteso qui come dis-posizione ovvero come decentramento dell’interesse per sé, come “toglimento” di ogni rigida posizione affinché l’Altro possa essere e manifestarsi. Il filosofo F. Jullien parla molto bene di questo sottile processo interiore.

Per cui, la disponibilità, come la intendo in queste pagine, è una relazione voluta e ricercata, una tensione positiva verso l’Alterità che implica uno “spostamento” rispetto alla propria posizione di partenza, proprio perché l’Altro esiste e la sua esistenza non può non interpellarmi come se fosse un “nulla”. Altrimenti, di nuovo, il punto etico – irriducibile - non sarebbe più rispettato. Questo atteggiamento deleterio ha un nome: indifferenza.

In un’ottica cristiana, tale disponibilità può essere compresa partendo dal “movimento” di Dio stesso verso la sua creatura: un movimento gratuito. Dio si è poi fatto disponibile nel Cristo accogliendo in sé l’Umanità sofferente, perdonando gli errori ed i peccati, lasciandola libera di essere e manifestarsi, comunque.

Concretamente e riguardo al problema della Verità qui trattato, che cosa tutto ciò può significare?

La disponibilità come principio etico-ermeneutico implica, dunque, che l’Altro possa essere un Altro ovvero un essere umano “diverso da me”, senza per questo essere considerato inferiore o insignificante. Questo è il punto di partenza.

La riconoscenza dell’Alterità, resa possibile dalla disponibilità, deve condurre ad un fatto ermeneutico fondamentale della relazione: se comprendo l’Altro attraverso ciò che sono e se ciò che comprendo di me stesso dipende anche da ciò che comprendo dell’Altro, capito questo, è chiara la presa di coscienza che ne consegue: se la “mia” Verità ha un senso positivo per me, anche la Verità dell’Altro assume un senso per me, un senso che non dipende soltanto dall’Altro e dalla veracità della “sua” Verità, ma, in realtà, dipende anche da me e dalle mie capacità (in senso lato) di comprenderla, di viverla e di accettarla. In altri termini: essere disponibile significa accettare la nostra finitezza e non pretendere di possedere la Verità Ultima. Un cristiano potrebbe con certezza affermare di essere l’incarnazione del “vero cristiano”? Chi può affermare di essere libero dall’errore e dal peccato? Chi può porsi a giudizio di una sacra Verità che gli sfugge e che non potrà mai pretendere di possedere a meno di non considerarsi un dio? Sono domande che riguardano tutti i credenti e non solo.

Considerazioni conclusive

Il principio disponibilità qui tematizzato è, a mio parere, un principio che può valere nel dialogo tra le religioni, a patto che chi vi partecipa intenda il dialogo come un incontro, una relazione voluta e positiva, un movimento verso l’Altro che viene positivamente corrisposto rispettando il famoso punto etico che implica la logica della reciprocità. Una logica irriducibile per qualsiasi rapporto paritetico che ogni dialogo dovrebbe presupporre.

Non credo che praticando la disponibilità come principio etico-ermeneutico si possa cadere nel mero relativismo o nel nebuloso sincretismo perché qui si è parlato d’incontro e non di con-fusione. L’identità religiosa dei credenti è implicita, è sottesa perché essa è una parte fondamentale della questione poiché senza identità non vi sono problemi di verità. I problemi in questo caso sono altri.

La sfida è proprio questa: creare un’attitudine al dialogo, cioè una pacifica convivenza dell’identità e della disponibilità per l’Altro in una persona che vive una Verità di fede.

Esiste un termine per chiamare quest’attitudine? Penso di si: la saggezza.

Loïc Indro D’Orlando, filosofo e storico delle religioni, 6900 Lugano - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Commenti   

0 #1 profile 2018-11-01 16:45
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