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Un terremoto in Medio Oriente
 
Dalla Libia all'Iran, l'intero Medio Oriente sta attraversando un periodo di conflitti e trasformazioni che hanno delle conseguenze anche sull'Europa

Mostafa El Ayoubi, giornalista di origine marocchina, sociologo di formazione, è caporedattore della rivista ecumenica Confronti ed opinionista di Nigrizia. Nei giorni scorsi è intervenuto a Lugano - su invito del Forum svizzero per il dialogo interreligioso e interculturale - per parlare della situazione in Medio Oriente e Nordafrica, con particolare riferimento al tramonto della primavera araba. Nell'intervista affronta, in grandi linee, i profondi mutamenti in atto in quell'area.

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Il Medio Oriente è attraversato da fortissime tensioni che stanno coinvolgendo in particolare la Siria e ora anche l'Iraq. Che cosa sta succedendo?

Non è un fatto casuale, ma è il risultato di una politica miope all'interno del mondo arabo e del Medio Oriente. Tutto è iniziato con la cosiddetta primavera araba che aveva come scopo quello di portare la democrazia in un'area sottoposta a delle dittature feroci. Il problema è che nel giro di poco tempo la primavera araba si è trasformata in qualcos'altro. Sono sorti movimenti radicali di ogni tipo, gruppi jihadisti fanatici che scomunicano, e uccidono e commettono violenze di ogni sorta. E così ora in Medio Oriente abbiamo una situazione controllata dai gruppi jihadisti. Siamo passati da una primavera araba a una primavera jihadista.

 
Perché sono entrati in scena i gruppi jihadisti?
I jihadisti sono inseriti in una logica di trasformazione del Medio Oriente attraverso una divisione  su basi confessionali ed etniche. Dopo il fallimento del tentativo di rovesciare Al Assad, in Siria, ricorrendo all'Esercito libero siriano - legato ai Fratelli musulmani -, è stata innescata un'escalation della violenza per destabilizzare la Siria. E quindi sono entrati in scena i movimenti jihadisti - generati da Al Qaeda -, e il famigerato Isis, lo Stato islamico nell'Iraq e nel Levante.
 
Da questo fenomeno di destabilizzazione chi potrebbe emergere come potenza per lo meno regionale in quell'area?
Attualmente la situazione è estremamente fluida. Credo che l'Isis sia meno pericoloso di quanto sembra e serva soprattutto a spingere l'opinione pubblica internazionale ad accettare alcune scelte di carattere geopolitico e militare. Credo che l'Isis venga utilizzato per portare a termine la guerra in Siria, rompere il nascente rapporto tra l'Iraq e l'Iran, e spezzare i rapporti che l'Iraq ha sviluppato con le potenze cinese e russa. Credo che la campagna attuale abbia due obiettivi: il primo, permettere agli Alleati il ritorno in Iraq non più come occupanti, ma come protettori del Paese nei confronti della minaccia dei jihadisti; il secondo, dividere l'Iraq in tre parti, quella del nord, del Kurdistan, quella di Baghdad al centro per i sunniti, e quella di Bassora al sud in mano agli sciiti. La divisione del Paese potrebbe anche consentire di indebolire l'influenza iraniana nella regione.
 
L'Isis è dunque uno strumento, ma in mano a chi?
La matrice dell'Isis è Al Qaeda. E il mentore ideologico di Al Qaeda è l'Arabia Saudita. Al Qaeda è stata utilizzata dall'Arabia Saudita ai tempi della guerra in Afghanistan per combattere il regime filo-sovietico, ateo e nemico della fede. Oggi l'Arabia Saudita usa l'Isis per diffondere l'ideologia wahabita e "salafizzare" la società islamica, anche a costo di combattere contro i musulmani. "Salafizzare" significa riportare la tradizione islamica a una lettura letterale, assolutamente priva di ermeneutica o di interpretazione. Il problema  è che questo mostro, l'Isis, potrebbe sfuggire al controllo dell'Arabia Saudita.
 
La lotta dell'Isis, o meglio dell'IS, è condotta contro una parte dei musulmani, ma anche contro gli occidentali. Ora, dietro l'IS c'è l'Arabia Saudita, la stessa Arabia Saudita che è alleata degli americani nella guerra contro il terrorismo. Riad gioca dunque un ruolo molto ambiguo...
In effetti, si è creata un'alleanza ambigua, determinata dal fatto che gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita avevano un nemico comune. Gli americani avevano paura del comunismo, in quanto nemico politico e militare, l'Arabia Saudita che è un paese fondamentalista, aveva paura del comunismo, in quanto ideologia atea. Perciò americani e sauditi si sono alleati. Quell'alleanza si è rivelata un gravissimo errore per l'Occidente, perché sono stati gli stessi alleati a compiere l'attentato dell'11 settembre - gran parte degli attentatori erano sauditi. Eppure quell'alleanza ambigua, strana, con i jihadisti, è continuata anche dopo, anche durante la cosiddetta primavera araba. In Libia, ad esempio, chi ha fatto il lavoro sporco, sul terreno, mentre la Nato bombardava dal cielo e dal mare, erano i jihadisti. Gli stessi che poi sono andati in Siria. E che adesso operano in Iraq...
 
Qual'è, in sintesi, la differenza tra Al Qaeda e l'Isis?
L'Isis nasce da Al Qaeda, ma mentre Al Qaeda è un movimento trasversale, internazionale, che mira a fare del proselitismo - ricorrendo anche alla violenza per spingere la gente ad abbracciare la propria ideologia -, l'Isis di al Baghdadi  ha deciso di fare un salto verso il potere. E il potere significa costruire uno stato islamico, quello che loro chiamano un califfato. Ad Al Qaeda, guidata da Ayman al Zawahiri, il successore di Bin Laden, la faccenda del califfato non è piaciuta e su questo è avvenuta la spaccatura tra i due movimenti.
 
Che cos'è rimasto del sogno democratico della primavera araba?
Il sogno della primavera araba, a mio avviso, non c'è più, è scomparso. Il dramma del Medio Oriente è costituito dalla sua posizione e dal fatto che è ricco di petrolio e di gas. Per questo c'è una lotta feroce tra Russia, Cina e Iraq, da un lato, e Stati Uniti e i suoi alleati occidentali, dall'altro, per il controllo sulla regione. Le pressioni esercitate da est, da ovest e da nord impediscono ai Paesi del Medio Oriente di scegliere la propria strada. E quindi credo che la democrazia in questi Paesi rimarrà un sogno. Il Libano è emblematico da questo punto di vista: da mesi ormai è senza un presidente, ma non perché i libanesi non riescano ad eleggerlo, ma perché gli iraniani da un lato e i sauditi dall'altro cercano entrambi di mettere il proprio uomo al potere. Lo stesso è accaduto in Egitto, dove l'Arabia Saudita salafita è riuscita a fare fuori, a suon di petrodollari, la corrente fondamentalista dei Fratelli musulmani, ad abbattere il presidente Morsi e a far tornare al potere i militari che per oltre cinquant'anni hanno governato il Paese e che la rivoluzione di Piazza Tahrir era riuscita a scacciare.
 
Alla luce di questo scontro interno al mondo musulmano - caratterizzato da un forte tentativo, da parte dell'Arabia Saudita, di imporre l'ideologia wahabita -, dobbiamo preoccuparci per la diffusione del salafismo nelle comunità musulmane che vivono nei Paesi occidentali?
L'Arabia Saudita è un paese dove non c'è la democrazia, la donna non può guidare l'auto, non può andare allo stadio a vedere una partita, non può andare all'estero se non c'è un uomo che l'accompagna, le minoranze religiose vivono tra molte difficoltà, i cristiani non possono andare in giro con una Bibbia altrimenti finiscono in galera - queste cose ovviamente i nostri governi le sanno. Eppure l'Europa, e l'Occidente in generale, vende una quantità di armi all'Arabia Saudita. Peggio ancora, concede all'Arabia Saudita di finanziare la costruzione di moschee, di sale di preghiera, in Occidente, nelle quali predicatori wahabiti fanno campagna contro il cristianesimo, contro la religione ebraica, contro i musulmani che non la pensano come loro. Questo è un problema serio. Il Golfo persico è considerato una miniera d'oro per il commercio, per l'economia occidentale, ma è anche una palude dove nascono le forme di jihadismo che arrivano anche in Europa. Dati dell'Unione europea dicono che alcune migliaia di giovani musulmani, convinti dalla propaganda salafita, sono partiti dall'Europa occidentale per andare in Siria ad arruolarsi sotto le bandiere dell'Isis.
 
Com'è possibile contrastare il fenomeno del reclutamento salafita in Europa?
Credo che per bloccare questo fenomeno, occorra cominciare a considerare l'islam come una realtà che fa parte della società europea. Se noi continueremo a escluderlo e quindi a fomentare l'islamofobia, i predicatori andranno in moschea e soffieranno sul fuoco dicendo: "Vedete che cosa pensano della vostra religione...", e riusciranno ad accendere l'odio che si trasforma in violenza e che spinge i giovani ad andare a combattere nel nome di Allah. Se i musulmani continueranno a sentirsi dei cittadini di serie B, esclusi dalle società europee, saranno facile preda della propaganda salafita.

26 ottobre 2014

 

(intervista di Paolo Tognina, pubbicato in http://www.voceevangelica.ch/focus/focus.cfm?id=22382)

 

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